Il Fondo che, in fondo, è un BTP.

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Può capitare che l’acquisto di un fondo di investimento equivalga all’acquisto di un semplice BTP (classico titolo di stato governativo italiano), peccato che i risultati non siano uguali…

Una delle maggiori banche del paese lo ha proposto ai suoi ignari clienti…

Cerchiamo innanzitutto di focalizzare il tema: da molti anni esistono sul mercato finanziario i fondi comuni di investimento, strumenti nati nell’ottica della diversificazione, offrendo la possibilità, anche con piccole somme, di investire in un numero di titoli elevatissimo, al fine di abbassare i rischi dell’investimento stesso. Nel corso degli ultimi anni l’industria finanziaria ha strutturato un nuovo modello di fondi: i fondi a cedola, solitamente con orizzonte temporale definito.

 

Gli istituti finanziari hanno diversi vantaggi da questi strumenti, i quali, per il cliente, diventano svantaggi.

Primo punto la poca trasparenza: il risparmiatore che acquista un’obbligazione sa esattamente quale è il rendimento annuo fino a scadenza e quale è l’emittente. In questi fondi vengono promessi spesso rendimenti assolutamente irrealistici rispetto al mercato attuale e, puntualmente, le aspettative del risparmiatore vengono disattese. Inoltre, chi sottoscrive non ha la minima idea di quale sia la composizione del fondo stesso.

Secondo aspetto i costi elevati: commissioni di sottoscrizione, di gestione, di performance e di uscita (vengono applicate delle penali di riscatto anticipato della posizione).

Ultimo ma non ultimo, il tema delle cedole, che possono essere anche elargite restituendo parte del capitale investito se il fondo non genera una plusvalenza, così facendo, alla scadenza, ci si potrebbe vedere restituire un capitale inferiore al versato.

 

Assodati gli elementi appena descritti, il cliente perché sottoscrive questi prodotti? Semplicemente perché la cultura finanziaria è tipicamente scarsa e il fondo a cedola risponde apparentemente ad esigenze a cui hanno nel passato risposto le obbligazioni (Bot, BTP o altri titoli della stessa natura). Le banche hanno gioco facile nel proporre strumenti che sulla carta hanno caratteristiche ricercate da molti risparmiatori. In più, essendo un fondo, possono evidenziare gli elementi che hanno sempre caratterizzato questi strumenti, come la grande diversificazione che una singola obbligazione non potrà mai offrire.

 

Ripartendo dall’introduzione dell’articolo, un mio cliente si è presentato nel mio studio con un fondo obbligazionario a cedola dal nome abbastanza particolare (non citerò nome del fondo e banca collocatrice per correttezza), venduto da uno dei maggiori gruppi bancari italiani.

Il fondo è stato collocato a inizio 2013 e scadrà a inizio 2018 (durata 5 anni). Il risultato a fine ottobre 2016 è stato circa del 4,6% totale, considerando le cedole staccate periodicamente.

Analizzando la composizione ho notato qualcosa di imbarazzante e, a mio avviso, non corretto.

Il fondo è costituito da oltre l’85% di titoli di stato italiani… la diversificazione non dovrebbe essere un elemento peculiare dei fondi???

Un BTP acquistato il primo febbraio 2013, con scadenza primo febbraio 2018, ha reso nello stesso periodo circa il 14% complessivo.

Riassumendo, il fondo è quasi completamente investito in titoli di stato italiani e ha reso il 4,6%, il BTP scadenza 01/02/2018 (ISIN IT0004273493) ha offerto un rendimento pari circa al 14% considerando cedole e aumento di prezzo. La differenza è quasi del 10%, un mancato guadagno importante per tutti i risparmiatori che hanno investito in questo fondo.

Sottolineo ancora una volta che la diversificazione viene creata inserendo nel fondo tanti titoli di diversi emittenti, non l’85% di un solo emittente.

Concludendo, la banca ha venduto un BTP mascherandolo da fondo, al fine di poter applicare costi che creassero una remunerazione per la banca stessa, erodendo così i possibili guadagni del risparmiatore.